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Chi ha rimosso lo striscione di addio al peruviano morto?

E' sparito, in via Luciano Berio, l'estremo saluto degli amici al connazionale investito al semaforo all'alba del 17 luglio

FIRENZE- Era stato investito da un camion della raccolta dei rifiuti all'alba di venerdì 17 luglio in via Luciano Berio, all'ingresso del parco delle Cascine. L'immigrato peruviano, morto attraversando il passaggio pedonale, nei giorni seguenti fu salutato dagli amici con uno striscione legato ai pali di segnaletica stradale, contornati di fiori. Sul telo i connazionali scrissero il suo nome, con un breve messaggio di addio. Un modo per testimoniare il dolore per la sua scomparsa.

Oggi quell'improvvisato striscione funebre non si trova più accanto al semaforo sull'incrocio con viale Fratelli Rosselli. Chi lo ha rimosso? E perché?

E' stato un fiorentino, ignaro del significato di quelle poche parole scritte in lingua spagnola? Oppure un giovane teppista dei molti che bazzicano la zona? O un esagitato, mosso dalla confusa idea sovranista che gli stranieri siano "inutili" al paese?

O peggio ancora, è stato fatto togliere dall'amministrazione comunale? Per mano di uno zelante funzionario, pronto a far rispettare la norma che vieta di esporre sulla pubblica via comunicazioni prive di autorizzazione onerosa?

E' vero, è illegale usare l'area stradale per comunicazioni private. Eppure quell'ingenuo striscione era solo il povero mezzo che alcuni immigrati sudamericani hanno escogitato per rivolgere il saluto funebre all'amico improvvisamente scomparso e per far sapere alla comunità dei connazionali la tragica notizia del decesso.

Niente di diverso da quei mazzi di fiori, o lapidi improvvisate, o cippi non autorizzati, che anche noi italiani depositiamo sul ciglio stradale dove un congiunto ha perso la vita in un incidente. Pietoso modo per esorcizzare il teatro di un dramma, per renderlo anche luogo di rimembranza, invito alla preghiera, monito per i giovani che vi transiteranno.

Perché ai peruviani non deve esser consentito? Gli immigrati non hanno diritto a quelle che gli italiani considerano inveterate consuetudini? Neanche di fronte alla morte? "Dal dì che nozze e tribunali ed are, dier alle umane belve esser pietose" scriveva Ugo Foscolo 200 anni fa nel carme Dei sepolcri. Pare che a Firenze ce ne siamo dimenticati.

Nicola Novelli
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