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Europa: prospettive e difficoltà di chi lascia la Toscana

Un viaggio attraverso le esperienze dei nostri vicini di casa

Perché si lascia la propria casa per una posizione all'estero? Chi ha abbandonato la Toscana per tentare fortuna in Europa? Come si sono trovati coloro che hanno affrontato questa scelta di vita? A queste ed altre domande abbiamo cercato di dare una risposta ed abbiamo contattato esperti in vari settori affinché fossero i loro racconti a guidarci attraverso un percorso senza frontiere che dopo diversi anni di rodaggio viene messo in crisi ancora una volta davanti alla scelta di un singolo popolo appartenente all'Unione chiamato a decidere se restare oppure uscire dal gruppo.
Ogni volta che si prospetta la scelta Europa Sì, Europa No il sistema intero vacilla, il mercato arretra e cerca di parare il colpo. 

Dopo aver assorbito le esperienze di vita di coloro che sono emigrati negli ultimi anni, abbiamo chiesto conferma del nostro 'sondaggio' ed aiuto nell'interpretare i dati raccolti ad un referente di spicco dell'economia internazionale, dirigente all'interno di una Multinazionale con sede a Firenze, Menarini Farmaceutica, operativo a Berlino dal 1993.

Attilio Sebastio, managing directors presso Berlin Chemie "Laureato in economia e commercio ho esercitato la professione come libero professionista per poi arrivare a Menarini che mi ha permesso di vivere una esperienza in un gruppo sano sotto molti punti di vista".

Non tutti coloro che partono sembrano avere un progetto preciso di stanziamento. "Anche nel mio caso non avrei mai immaginato di restare. Qui crollava il Muro, le persone iniziavano ad incontrarsi.. l'Est e l'Ovest si confrontavano per la prima volta. Inizialmente mi sono dovuto misurare con la grande organizzazione locale e la capacità di gestire tutti gli imprevisti con enorme efficienza. Intanto cercavo di evitare il più possibile il contatto con altri italiani perché la mia premura era imparare una lingua nuova ed assorbire quanto più possibile della cultura tedesca. Successivamente la mia famiglia mi ha raggiunto e se oggi a casa parliamo italiano è solo per non perdere la proprietà di linguaggio, che soprattutto per i ragazzi giovani è importante". 

Ha visto molti giovani crescere professionalmente? "Menarini tiene molto alla formazione, l'alternanza scuola-lavoro di cui oggi si parla in Italia per noi è una realtà già da diversi anni". Ma i ragazzi sono preparati? "Il problema principale è quello linguistico.. in alcuni casi esiste grande volontà e competenza, ma la lingua è indispensabile. Da noi si possono fare tre anni di apprendistato, al termine dei quali c'è un anno da trascorrere in azienda nel quale valutare anche una permanenza. Devo ammettere che ci sono pochi italiani qui da noi poiché la filosofia aziendale è a Berlino, come in Russia o altrove di impiegare soprattutto personale del posto".
Qual è realmente, avendo potuto valutarlo dal '93 ad oggi, la considerazione europea degli italiani all'estero? "In Germania la comunità italiana rappresenta un alto livello di professionalità. Conosco molti concittadini che hanno lasciato un segno importante nell'economia e nella cultura, su tutti il capostipite di Unicredit. Tutto ciò che rappresenta l'Italia per gli europei è "Bello". A Berlino si usa dire che "Il tedesco ama l'Italia ma non stima gli italiani. L'italiano non ama la Germania ma stima i tedeschi", detto questo gli scambi commerciali ed i rapporti sono floridi"

Ma per completare il nostro quadro conoscitivo occorreva anche uno sguardo attento e profondo da parte di chi sapesse leggere ed interpretare il flusso migratorio ed abbiamo chiesto aiuto per questo ad Ettore Recchi, professore di sociologia a Sciences Po, Parigi. Uno dei massimi esperti di migrazioni intracomunitarie che oltre a Scienze Sociali e Politiche all’Istituto Universitario Europeo (EUI) di Fiesole ha insegnato e svolto attività di ricerca presso l’Università di Firenze, l'Università di Chieti-Pescara, l’EUI, la University of Michigan, la Gonzaga University, la University of California di Los Angeles (UCLA), l’Universidad Complutense e la Universidad Carlos III di Madrid, Warsaw School of Social Psychology.

I nostri interlocutori si sono raccontati, ma ben presto hanno parlato di soldi.
"Non ne sono sorpreso. Secondo gli ultimi dati Istat che riguardano uno studio che sto sviluppando in questi giorni, chi emigra arriva a guadagnare in media il 27% in più e questo si traduce in una maggiore soddisfazione e più ottimismo sul lavoro. Allo stesso modo osserviamo che gli italiani a Parigi, ad esempio, non guadagnano tanto e la soddisfazione è minore poiché la città è cara: in questo caso elemento simbolico, ma non trascurabile, risulta essere l'opportunità di poter lavorare nel settore inerente il proprio percorso di studi".

Ma perché da noi non avviene? "In Italia formazione e produzione sono slegati. Il sistema delle imprese dovrebbe lavorare su questo. Il nostro paradosso è la disoccupazione davanti a giovani capaci di gestire le nuove tecnologie, ma con una grande richiesta di manodopera per quei lavori affidati agli immigrati. L'esempio eclatante lo troviamo nell'agricoltura ad esempio dove i giovani tornano a lavorare la terra ma lo fanno impiegando le nuove tecnologie"

Andare all'estero è una 'cura antistress'? "L'esperienza fuori dai confini nazionali è un pungolo a rimettersi in gioco. L'espatrio comporta l'automotivazione soprattutto per chi si ritiene protetto dall'ambito familiare e rischia di assopirsi. C'è da dire che, sempre dati Istat, il 90% di chi parte lo fa restando in Europa ovvero può gestire il suo ritorno in breve tempo. Io stesso torno a Firenze ogni due settimane con 6 ore di trasferimento, come andare da Firenze a Pescara. Non c'è più il distacco con la valigia di cartone".

Ma gli italiani sanno muoversi in Europa? "Gli italiani sono tra i meno mobili, non perché non sappiano organizzare i viaggi, ma perché sono parrocchiali ed il problema fondamentale è la lingua.. il resto del profilo formativo non è male, chi si sposta è competitivo e ricordiamoci che non si spostano solo gli eccellenti, ma anche studenti mediamente preparati".

Brexit. Quali le ricadute se iniziassero a mancare pezzi di Europa?"Se venisse meno la libera circolazione, la mobilità italiana calerebbe del 30% minimo, è fisiologico. Gli italiani all'estero avrebbero due strade davanti: la naturalizzazione oppure il ritorno. Oggi i diritti sono gli stessi, esiste un rispetto formale che consente di andare ad uno sportello pubblico come un cittadino del luogo. Il rischio maggiore sarebbe quello di restare ai margini della società ospitante, conseguenza: ghettizzazione e sfruttamento".

Flussi migratori rappresentano un nodo critico? "Ne esistono di vario tipo e non è possibile generalizzare. Ci sono i rifugiati, c'è chi emigra per lavoro, ci sono i turisti.. Quando parliamo di accoglienza dello straniero, ricordiamoci che l'Italia non è più xenofoba di altri paesi e riconosciamoci un grande successo, penso alla comunità albanese che negli anni '90 registrava un alto tasso di delinquenza, mentre oggi rappresenta una buona fetta di attività imprenditoriale che genera prodotto interno lordo".

Antonio Lenoci
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