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Il nuovo PIT: una sola sfumatura di nero (aspettando Bodo)

La pianificazione paesaggistica della nuova legge urbanistica regionale, tra il piano integralista dell'assessore Marson e la parziale marcia indietro del PD

Il nuovo PIT, inteso come l'integrazione paesaggistica dello stesso piano di governo regionale, rappresenta quel corpo unico assieme alla nuova legge urbanistico-edilizia (n. 65/2014, che ha sostituito la n. 1/2005) con cui la Regione e, soprattutto, l'assessore Marson e il Presidente, vorrebbero governare il territorio della nostra regione, con particolare riguardo alle zone agricole.

L'approccio, purtroppo, come sempre più spesso ci capita di osservare negli anni, è di tipo paternal-dirigistico, nel senso che, ancora una volta, si pretende di delineare una “illuminata” e ordinata pianificazione dell'alto, venduta come unica in grado di garantire la tutela del nostro territorio, contrastando le opposte spinte utilitaristiche e speculative di proprietari, pronti a svendere e deturpare il territorio, in nome del profitto.

Come spesso accade di fronte a visione manichee, la realtà ha più sfumature di grigio, forse anche più delle 50 così (immeritatamente) famose di questi tempi.

Da tempo i proprietari toscani di terreni e immobili posti in zona agricola hanno ben compreso, infatti, come la preservazione del territorio e del suo aspetto di insieme rappresenti un valore anche di tipo economico, un plus da giocare sui mercati nazionali e internazionali perché rimasto (forse l'unico) non delocalizzabile.

Allo stesso tempo si rendono conto, però, che per poter garantire la permanenza nel mercato e la copertura dei sempre più ampi costi di mantenimento di questa forma di presidio del territorio, occorre aumentare la redditività dei terreni e degli immobili, utilizzando, quanto ai terreni, le moderne tecniche colturali e destinando gli immobili che non sono più funzionali alla produzione agricola - perché creati in anni in cui tutte le lavorazioni venivano svolte in aziende e con alto tasso di mandopera – ad abitazione o alla ricettività turistica.

Per far questo, però, occorre necessariamente abbandonare tecniche colturali ottocentesche, basate sull'uomo, invece che sulla macchina e svincolare alcuni immobili dal legame con la produzione agricola, consentendo, allo stesso tempo, di introdurvi quelle variazioni che rappresentano oramai uno standard richiesto a livello internazionale dai clienti di simili strutture.

E qui nasce lo scontro con la visione “in bianco e nero” della Regione: nel PIT adottato e sottoposto all'esame dei cittadini per le osservazioni, ci si ispira, quasi a volerla ricreare, quella campagna toscana ritratta nell'800 dai pittori Macchiaioli – riportandone addirittura le illustrazioni – e si punta a contrastare qualsiasi forma di trasformazione degli immobili, anche se non più utilizzabili e utilizzati da tempo per l'attività agricola, specie se ormai privi di terreno di pertinenza che ne renda ancora possibile una destinazione agricola.

Negando l'evidenza e cercando di contrastare per legge la storia e le tendenze in atto nel mercato, anziché assecondandole e preoccupandosi allo stesso tempo (solo) di imporre quei (doversosi) vincoli e limitazioni, utili a garantire comunque la preservazione degli elementi che caratterizzano la campagna toscana, si pretende di vietare direttamente, per legge, la trasformazione. Con il risultato finale, che tutti noi possiamo apprezzare andando a giro per le campagne, di trasformare potenziali postazioni di tutela e preservazione del territorio, se trasformate nell'uso, in ruderi, lasciati lì a marcire, in attesa di un fantomatico contadino “Bodo”, che, come il noto Godot, non arriverà mai.


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