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Migranti a Firenze: dove e come si affronta l'emergenza

Alla fine l'esperienza maturata dalle cooperative specializzate potrebbe persino tornarci utile

Servono posti letto ed una macchina organizzativa in grado di gestire l'emergenza ed il post-emergenza: mentre la politica si scontra a suon di slogan, a Firenze, che conta il maggior numero di posti letto messi a disposizione in Italia, c'è qualcuno che gestisce il fenomeno.

Per capire cosa accade sul campo abbiamo chiesto aiuto a Roberto Ermanni, direttore del Centro Polifunzionale Progetto P.A.C.I. di Firenze che accoglie rifugiati e richiedenti asilo.

Come si affronta un'emergenza? "Noi abbiamo un centro che accoglie 130 persone - spiega Roberto - in merito agli sbarchi gestiamo invece 350 posti letto in 23 strutture distribuite tra Firenze e provincia: 50 a Firenze ed i restanti in provincia. Cosa accade concretamente? Si parte dallo smistamento con l'arrivo dei pullman della polizia che arrivano dall'Autostrada a Firenze Sud, Firenze Certosa o Firenze Nord e qui suddividiamo gli ospiti prediligendo una valutazione di compatibilità con chi è già presente nelle strutture. Nelle prime 24 ore assieme alla Asl procediamo alle visite sanitarie, poi si passa al foto segnalamento e forniamo consulenti per la presentazione della richiesta di asilo. Questo per l'accoglienza nelle 48 ore. In attesa della risposta alla domanda portiamo avanti percorsi virtuosi con attività di socializzazione e di volontariato: ad esempio nella pratica sportiva o nell'apprendimento dell'italiano, nella educazione alla prevenzione sanitaria, ed altre materie di base o ad un livello professionale. La Regione Toscana proprio in questi giorni vorrebbe chiudere una convenzione con alcuni comuni affinché le persone ospitate possano essere impiegate per attività di volontariato sul territorio: verde pubblico o piccola manutenzione".

Non solo vitto e alloggio. "Il nostro personale può contare sull'esperienza maturata, anche grazie alle collaborazioni avviate con soggetti presenti sul territorio e siamo in grado con la nostra esperienza di ridurre il rischio del conflitto sociale".
Affrontiamo questo argomento perché ci sono casi di abbandono post accoglienza che sfociano nella tensione? "Purtroppo accade.. non vorrei mettere in cattiva luce il sistema, però le criticità ci sono". Esempi? "Facciamo l'esempio della struttura meramente ricettiva che per disposizioni superiori si trova ad accogliere un gruppo di rifugiati: non possiamo pretendere che sia a disposizione personale specializzato per un front office psicologico o burocratico, l'albergatore non è un educatore e così capita di vedere sbandamenti del sistema: è il caso dell'ospite che si ritrova abbandonato su una panchina senza sapere cosa fare. E' una procedura complicata quella che dobbiamo seguire: ci sono implicazioni psicologiche, sanitarie e legali che non possono essere fornite o controllate da chi non conosce l'argomento".

Così entriamo nel tema caldo della ricerca di alloggi sul territorio: è stata chiesta la disponibilità dei privati affinché accolgano i migranti nelle seconde case, magari in campagna, e poi? "E' in effetti un bel problema, perché occorre che qualcuno stia dietro agli ospiti e ne segua con competenza la permanenza. Porto l'esempio del nostro lavoro: tra le nostre attività c'è l'incentivazione ad effettuare una spesa comune sul territorio che porti a cucinare da soli, senza dover fare ricorso al cibo precotto. Il tema ha una ricaduta psicologica determinante, serve veramente ad integrarsi con il luogo ospitante, ma ne guadagnano anche i produttori e commercianti del territorio oltre alla ricaduta occupazionale visto il personale che abbiamo dovuto assumere, italiani del posto, che svolgono un ruolo determinante nel seguire questa procedura".

La spesa libera. Ma chi decide come spendere i soldi? "Esiste la quota pro capite di 33,70 Euro che viene messa a disposizione delle singole strutture: ognuno gestisce il totale destinandone alcune parti ai singoli servizi. La parte che spetterebbe per il vitto, poniamo 6/7 Euro quotidiani, possono essere giustificati come acquisto delle monoporzioni oppure assegnati come buoni pasto, o ancora, ed è il nostro caso, sono destinati ad un uso consapevole per la spesa condivisa tra più persone" come avviene nei Gas o gruppi di acquisto solidale dove i condomini risparmiano comprando più materia prima a minor costo che poi viene suddivisa in base al singolo fabbisogno. Pensare che gli italiani ci sono arrivati tardi e non tutti ancora hanno capito l'utilità sociale ed economica dell'iniziativa.

Oltre la spesa? "Lo stesso accade per la pulizia dell'alloggio o per la biancheria dove incentiviamo la turnazione nella gestione dell'economia domestica, un aspetto che può apparire secondario ed invece serve per evitare quelle tensioni nella coabitazione che inevitabilmente possono verificarsi" ne sanno qualcosa gli studenti universitari o i liberi professionisti che per necessità condividono la stessa casa e litigano persino su quali ripiani occupare nel frigorifero.

Orientamento lavorativo. "Parliamo di persone con grandi qualifiche alle spalle, ma anche di chi è totalmente analfabeta. Ci siamo praticamente sostituiti ai Centri per l'Impiego: il progetto Polis, Percorsi di orientamento per l'inclusione sociale, ci ha fornito un background per il reinserimento lavorativo che abbiamo sviluppato presso il Centro Polifunzionale Paci e nel 2014 abbiamo collocato oltre 60 persone su 130 partecipanti, parliamo del 50%. Tutti hanno fatto un percorso nei tirocini Giovanisì, curriculari o sanitari. Siamo arrivati ad una efficienza tale che non stento a classificare il nostro operato 10 volte superiore a quello del classico Centro per l'Impiego e dovrebbe essere un esempio per far ripartire l'orientamento lavorativo per tutti, non solo per i migranti" in piena crisi economica le istituzioni hanno investito nei progetti di inserimento al lavoro, ma al tempo stesso abbiamo visto chiudere i Centri per l'Impiego senza che ci fossero alternative tranne i percorsi offerti dalle Agenzie di Lavoro private, ma non tutte suggeriscono le opportunità offerte dai bandi pubblici, perché non ne conoscono l'esistenza o preferiscono rapporti esclusivi con le aziende che a loro volta non sapranno mai degli incentivi per loro esistenti. 

Alla fine l'esperienza maturata dalle cooperative specializzate potrebbe persino tornarci utile. Siamo così arretrati che, tolto il malaffare in cui la gestione dei migranti diventa persino un business, nell'emergenza migratoria emerge il lato utile ed inutilizzato del Paese.
L'abitare solidale, le regole per la pacifica convivenza, la capacità di seguire percorsi virtuosi ed inventarsi una nuova occupazione. Sono aspetti che colpiscono anche chi si sente "assolto". Forse abbiamo ben poco da esportare e molto ancora da imparare.

Antonio Lenoci
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